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Il capolavoro di Art Spiegelman: la sua opera più riuscita, quella che potremmo considerare tra le più memorabili di tutti tempi.
Le circa 300 pagine di Maus, la cui edizione completa risale al 1991, narrano la storia della Shoah come nessuno ha mai fatto.
In tredici anni di lavoro Art Spiegelman ha saputo dare all'opera uno stile unico, espressivo e ricco di simbolismo (i nazisti sono disegnati come gatti, gli ebrei come topi, i polacchi maiali, gli svedesi alci, gli statunitensi cani).
Nessuna retorica, niente moralismi, solo la storia reale raccontata, con una lucidità e un distaccamento incredibili, da un grande autore.
Il dramma dell'olocausto non è mai stato così penetrante attraverso le tavole di un fumetto: nonostante tutto sia accaduto molti anni fa, il dolore e la rabbia che emergono dall'opera di Spiegelman sono palpabili e attuali.
La memoria si integra col presente, e il ricordo è un fattore importante per l'uomo, che prima di guardare al futuro deve voltarsi indietro a capire i propri errori.
La storia è raccontata in prima persona dal padre dell'artista, Vladek, al figlio Art.
Vladek racconta gli anni terribili della seconda guerra mondiale e la sua deportazione ad Auschwitz, a cui sopravvive.
La storia si muove su diversi piani narrativi e la drammaticità dell'olocausto vissuto da Vladek si alterna alla vita quotidiana di Art, nella New York degli anni settanta.
I due sono molto diversi come carattere ma molto vicini nel dolore e nel ricordo (Art spinge spesso il padre a raccontargli della sua vita), anche e soprattutto dopo la morte della moglie di Vladek e madre di Art.
Lo stile di disegno è semplice ed essenziale, giocato sui forti contrasti tra bianco e nero e sulla rappresentazione dei personaggi come animali antropomorfizzati, scelta criticata da molti ma considerata anche da parecchi altri come un'invenzione geniale di Art, degna di un maestro del genere, come sicuramente lui è.